Gb, si dimette anche il ministro degli Esteri Boris Johnson

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Theresa May ha accettato le dimissioni di Boris Johnson dalla carica di Ministro degli esteri. Anche davanti alla Camera dei Comuni, la premier ha assicurato che garantirà l'uscita dall'Ue, dal mercato unico e dall'unione doganale, ponendo anche le condizioni per una nuova partnership doganale con Bruxelles, per un libero commercio sui beni industriali e agricoli e confini aperti in Irlanda.

Le dimissioni del ministro, in attesa dell'ufficializzazione di Downing Street e della nomina di un sostituto, sono state confermate dalla Bbc e da tutti i media del Regno Unito.

Le sue dimissioni seguono quelle del ministro per la Brexit, David Davis, e del suo numero 2, Steve Baker.

Johnson - famoso per essere stato a lungo tempo sindaco di Londra - era ministro dal luglio 2016, poche settimane dopo il referendum su Brexit, di cui era stato uno dei più importanti promotori.

"La direzione generale della politica del governo, nella migliore delle ipotesi, lascerà la Gran Bretagna in una posizione debole nei negoziati con l'Unione Europea, e forse senza via di uscita", ha scritto Davis alla premier. L'addio di Johnson, invece, ha portato Jean-Claude Juncker a commentare ironicamente che l'allontanamento del ministro dimostra "chiaramente che c'era grande unità di vedute nel governo britannico". Unanimità ora rotta da Davis. Con tanto di scenario incombente di elezioni anticipate. Dal fronte dei 'brexititeers', plausi al gesto "coraggioso e da uomo di principi" di Davis arrivano a tamburo battente da deputati come Peter Bone, Andrea Jenkyns e Harry Smith, mentre molti osservatori danno già per scontata una sfida imminente alla leadership Tory della May.

Il primo ministro ha preso la decisione al termine di un incontro con altri membri del partito conservatore.

Né manca chi, dalla trincea dei 'remainer' più irriducibili, rilancia alla fine di tutto il processo anche lo scenario di un referendum bis sulla Brexit.

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