Sacchetti bio da casa solo se nuovi

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Sacchetti bio da casa solo se nuovi

Ma, al di là delle questioni politiche, c'è un mondo (quello dei consumatori) in pieno dibattito sul il bando delle normali buste di plastica in favore dei sacchetti bio, da acquistare a ogni spesa, come specificato nel Decreto Mezzogiorno (la legge 123/2017, approvato ad agosto ma in vigore solo da pochissimo tempo). Si parla di un vantaggio quasi di esclusività sul prodotto, che viene però smentito dalla stessa proprietà, che dice di avere il brevetto sul prodotto che in questi giorni è finito nel mirino dei consumatori, ma di avere almeno 150 imprese concorrenti. "Il riutilizzo dei sacchetti - ha affermato Ruocco - determinerebbe infatti il rischio di contaminazioni batteriche con situazioni problematiche". L'associazione infine annuncia una istanza d'accesso al Mise per conoscere quali aziende producono bio-shopper in Italia, quali sono i loro profitti e l'entità delle tasse pagate nel nostro paese, ed eventuali rapporti tra i vertici di tali società e membri del Governo e del Parlamento. Ma a maggior ragione, si domanda giustamente Paolo Magliocco sul quotidiano la Stampa, al di là delle polemiche, non si capisce bene perché, se i sacchetti che usiamo in Italia sono davvero capaci di trasformarsi in compost senza inquinare raccogliendoli con i rifiuti umidi, debbano poi essere per forza a pagamento per disincentivarne l'uso. Un importo decisamente sproporzionato.

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Eh si, qualcosa ha fatto più scalpore dell'introduzione delle spunte blu su whatsapp, l'obbligo di pagare i sacchetti per frutta e verdura, carne e pesce ogni qualvolta si utilizzino in QUALUNQUE supermercato o ipermercato perché biodegradabili. "Si tratta di una assurdità clamorosa - attacca il presidente Rienzi - Se il consumatore porta il sacchetto pulito da casa non esiste alcun rischio di contaminazione, semmai è l'ortofrutta esposta in vendita che può contaminare le buste della spesa". "Sacchetti da casa? Solo se sono contenitori nuovi". L'Italia, dunque, non poteva fare altro che adeguarsi proprio come hanno fatto altri Stati. Negli anni scorsi la Direttiva comunitaria è stata applicata alle borse di plastica per l'asporto delle merci, imponendo la commercializzazione di buste biodegradabili e compostabili, e ora è stata estesa anche ai sacchetti leggeri e ultraleggeri (spessore inferiore ai 15 micron) utilizzati per gli alimenti da pesare e prezzare negli esercizi commerciali e per la vendita dei prodotti sfusi. Sussiste inoltre l'obbligo per l'esercente di indicare il prezzo di vendita del singolo sacchetto sullo scontrino o fattura di acquisto. Il divieto di distribuzione gratuita è finalizzato principalmente a sensibilizzare l'opinione pubblica sui costi economici della plastica. Ma non si potranno riutilizzare. Il costo dei sacchetti usati fino a questo momento è stato "spalmato" sul prezzo finale e la decisione di renderlo esplicito e palese è appunto legata all'intenzione di evidenziare agli occhi dei cittadini il fatto che la plastica sia un costo.

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