L'America si ribella al razzismo di Trump. Wonder in ginocchio

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L'America si ribella al razzismo di Trump. Wonder in ginocchio

Eppure Trump nel novembre scorso, aveva ottenuto una vittoria, quasi schiacciante, ma evidentemente dovrà fronteggiare i dissidenti, e ci domandiamo se riuscirà a tenere botta per altri tre anni, tenendo a bada anche i campioni dello sport, che non condividono la sua politica.

Ma la protesta non si ferma. La protesta è dilagata nel weekend con il motto: "E ora licenziateci tutti!". Donald Trump torna sulla protesta dei giocatori di football, inginocchiatisi su tutti i campi durante l'esecuzione dell'inno americano.

Dura la risposta dello stesso presidente USA: "Grande solidarietà per il nostro inno nazionale e per il nostro Paese".

Soltanto poche ore dopo Bruce Maxweel degli Oakland Athletics si inginocchiava durante l'inno prima di una partita della MLB. Il presidente, in questo caso, ha risposto ripiccando che se Curry non vuole andare alla Casa Bianca, non ci andrà, fra l'altro irridendo il numero 30 dei Warriors. Come hanno fatto tutti i giocatori dei Pittsburgh Steelers con un'unica eccezione: Alejandro Villanueva, un cadetto di West Point che ha combattuto in Afghanistan.

Dopo il basket, il football americano. Sorretto dal figlio Kwame Wonder, Stevie Wonder si è chinato "su entrambe le ginocchia" al Central Park, prima di esibirsi al tradizionale Global Citizen Festival. In particolare, si è aperta una vera e propria guerra tra il tycoon newyorkese e le star del football a stelle e strisce, in seguito alle dichiarazioni rilasciate dall'inquilino della Casa Bianca contro i giocatori che protestano a favore delle persone di colore che subiscono maltrattamenti dalla polizia. E al loro fianco anche i proprietari dei club in segno di solidarietà. Ma in America non si perdono dietro a queste sciocchezze e allora, se al primo giocatore si unissero compagni e avversari, Mattarella, quello di cui a fatica si sente la voce anche quando si alza il volume della tv e si chiude la finestra, sceglierebbe un bel palco con una folla da arringare (che è molto più viva ed emozionate delle fredde telecamere nello studio del Quirinale) per urlare, ciuffo bianco lui, che i giocatori sono dei figli di buona donna e devono essere cacciati. Una decisione forte e dilagante che si sta allargando a vista d'occhio, su tutti i seguitissimi e amati, sport Usa.

Da LeBron James a Stephen Curry, la protesta dilaga ovunque.

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