Quello di soia non è "latte"

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Quello di soia non è

A portarla davanti ai giudici è stata la Verband Sozialer Wettbewerb, un'associazione tedesca che ha l'obiettivo specifico di contrastare la concorrenza sleale, ritenendo che tale promozione violi la normativa dell'Unione sulle denominazioni per il latte ed i prodotti lattiero-caseari. A dirlo è la Corte di Giustizia dell'Unione europea.

La Corte di giustizia dell'Unione europea ha sentenziato che i prodotti puramente vegetali non possono, in linea di principio, essere commercializzati con denominazioni, come "latte", "crema di latte o panna", "burro", "formaggio" e "iogurt", che il diritto dell'Unione riserva ai prodotti di origine animale.Ciò vale anche nel caso in cui tali denominazioni siano completate da indicazioni esplicative o descrittive che indicano l'origine vegetale del prodotto in questione. Entro poco tempo i prodotti che portano ancora queste diciture dovranno essere smaltiti o comunque rimossi dagli scaffali e le tantissime ditte che commercializzano prodotti per vegetariani che "sembrano" latte o formaggio dovranno scegliere altre denominazioni sulle etichette. La Corte aggiunge, inoltre, che tale interpretazione della normativa di cui trattasi non confligge né con il principio di proporzionalità né con il principio di parità di trattamento.

Anche tutte le indicazioni descrittive o esplicative "non possono escludere con certezza qualsiasi rischio di confusione nella mente del consumatore".

Quanto al principio di parità di trattamento, la Corte constata che la TofuTown non può invocare una disparità di trattamento affermando che i produttori di alimenti vegetariani o vegani sostitutivi della carne o del pesce non sarebbero soggetti a restrizioni analoghe. Si tratta, infatti, di prodotti dissimili, soggetti a norme diverse.

Inoltre, non occorre sottovalutare il dato che tale mercato è in crescita, secondo i dati Nielsen sulla grande distribuzione, il settore delle bevande vegetali alternative al latte ha registrato nel 2016 un incremento del 7,4%, per un valore complessivo di circa 198 milioni di euro. In fondo sono regole che esistono dal 2007, ma tra deroghe e mancati pronunciamenti, si è arrivati fino a oggi.

Nella sentenza la Corte rileva che, ai fini della commercializzazione e della pubblicità, la normativa in questione riserva, in linea di principio, la denominazione 'latte' unicamente al latte di origine animale. La sentenza ribadisce che le denominazioni dei latticini non possono essere assegnate nemmeno ai derivati del latte, quali burro, formaggio, crema di latte, yogurt. Così scrive la Coldiretti, attraverso un comunicato, commentando positivamente la sentenza della Corte europea, smontando anche la fake news sul latte nocivo per gli esseri umani, ricordando come il latte sia presente nell'alimentazione dell'uomo da migliaia di anni, tanto da aver contribuito spinto alla naturale modifica del genoma che, in età adulta, è chiamato a produrre l'enzima capace di scindere il lattosio. "Il filone di pensiero che ritiene opportuno bandire i latticini dall'alimentazione "poggia sul China Study, un'indagine epidemiologica svolta a partire dal 1983 in Cina, i cui risultati sono stati ritenuti inattendibili dalla comunità scientifica e dall" Airc, l'Associazione italiana per la ricerca sul cancro", conclude Coldiretti.

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